mercoledì 14 novembre 2012

Dall’altra parte di “chiuso”

Open è la terza voce del Dizionario controfattuale dell’innovazione di Matteo Pelliti. Un glossario incongruo fatto di indagini storico-etimologiche che aprono varchi nella stolida compattezza delle parole d’ordine della modernità. Un antidoto ai tic gergali e alle coazioni al nuovo, da somministrare, parafrasando Montale, agli “innovatori che non si voltano”. Uno stupidario puntuale come il mercoledí, tutti i mercoledí, in collaborazione con Il Bureau.


Open
Il recinto di una nuova religione, questo rischia di divenire “open” (per Open Source) quando vuol rappresentare l’avamposto concettuale in uno scontro di civiltà tra “codici aperti” e “codici chiusi”. La radice di “open” è parente di up, che deriva dal sub latino e dell’hypó greco, dove il sotto diventa, incredibilmente, sopra. Quando trovi questo “op”, in tutte le lingue indoeuropee, trovi qualcosa che sta dall’altra parte di “chiuso”. Eppure non c’è un aperto senza un chiuso, sono concetti relazionali che vivono solo dialetticamente. In un mondo di facce tutte tristi, diceva un filosofo austriaco, non avremmo piú il concetto di “tristezza”. Alcuni esempi di “codice chiuso”: il motore di un automobile, il matrimonio, i monoteismi. In realtà il Cristianesimo, all’inizio, era pure abbastanza “open”, poi ci si è messo Costantino I con il Concilio di Nicea (325 d.C.) e ha messo a posto tutti i programmatori indipendenti (eretici). Chissà se Richard Stallman è favorevole o no all’open marriage? (espressione datata appena 1972 nei dizionari inglesi, ma di storicizzazione impossibile circa la sua prassi). Un sapore religioso investe spesso i termini dell’informatica (codice sorgente… di vita?) e la conseguente fiction fantascientifica che si è esercitata sul tema (Matrix, in modo eminente) ma il confronto codice aperto/codice chiuso è più vecchio dell’informatica stessa perché è, a suo modo, archetipo della costruzione e della trasmissione del sapere, della conoscenza. Non a caso si parla di una “filosofia” open che si esercita attraverso alcune libertà (studiare come funziona un programma, adattarlo alle proprie necessità e ridistribuirlo pubblicamente). Ecco che, subito, come per smart, open diviene prefisso buono per un’intera batteria di pratiche e concetti: open content, open government, open access, open knowledge (senza contare openspace e openoffice) e pure il cloud dovrebbe essere open; buon ultimi, in fine, gli “open data”: un sistema che mi permette di sapere, liberamente e gratuitamente, una quantità spropositata di cose inutili che non mi occorrerebbe sapere, dati pubblici che non avrò mai modo di usare sensatamente: il numero di scarpa di tutti gli uscieri della pubblica amministrazione centrale e locale, in formato non proprietario (open shoes).

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