Visualizzazione post con etichetta social innovation. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta social innovation. Mostra tutti i post

mercoledì 27 marzo 2013

Innovare è conoscere


“Innovazione” è la ventunesima e, necessariamente, ultima voce del Dizionario controfattuale dell’innovazione di Matteo Pelliti, pubblicato in collaborazione con Il Bureau. Abbiamo fatto ventuno, come ventunesimo è il secolo che ci sta portando nel futuro a suon di spintoni. Alle rapide certezze delle “magnifiche sorti e progressive” abbiamo provato a opporre l’esitazione della pensosità: per tornare ad affermare, con uno slogan platonico, che innovare è conoscere.



Ciò che hai ereditato dai padri
Acquistalo per possederlo!
Ciò che non serve è un carico pesante;
Solo ciò che l'attimo crea, esso può utilizzare.
Goethe, Faust, I, 682-685

Esiste una differenza tra “innovare” e “innovazione”? Torniamo per qualche riga all’etimologia: in-novare, cioè “rendere nuovo”, rimanda alla novità del “nuovo” la cui radice è antichissima e largamente comune alle lingue indoeuropee per indicare tutto ciò che è giovane, recente, che è nato da poco, che non è vecchio ed è… nuovo, appunto, il νέος greco. La dialettica interna al termine, però, quella che mette a contatto in un divenire innovazione e arcaicità, si è persa nel momento in cui “innovazione” ha iniziato a legarsi, nel linguaggio comune, quasi esclusivamente all’idea di “tecnologia”, di téchne. Per qualche riga facciamo un passo ancora piú indietro, e precisamente al Cratilo di Platone, dialogo che investiga la “correttezza dei nomi”, vale a dire la relazione tra un nome e il suo referente, mettendo in discussione se questa relazione sia di tipo naturale o convenzionale. Nella lunga galoppata “etimologica” del Cratilo, che è pure una specie di piccola enciclopedia della cultura greca del tempo (IV secolo a.c.) Socrate ci dice, tra le varie etimologie piú o meno fondate che va ricostruendo: “Del resto, ancora, la stessa νόησις (= lo stesso pensiero) è τοū νέου έσις (= desiderio del nuovo), ed essere νέα (= nuovi) per gli enti vuol dire essere sempre γιγνόμενα (= in divenire): pertanto colui che assegnò il nome di νεóησις (neóesis), indica che l’anima tende a questo” (Cratilo, 410 E – 412 A). “Innovazione” oggi, al contrario, si è sostanzializzata, reificata, e la parola non evoca piú la mobilità fluida del processo conoscitivo, del tendere a qualcosa che, dinamicamente, non c’è ancora quanto a qualcosa che è il risultato di un processo. Ogni processo conoscitivo è, di per sé, innovazione. Detto con uno slogan “platonico”: conoscere è innovare. Quel che si è depositato nel termine, invece, soprattutto negli usi attuali piú discorsivi, è qualcosa di ancora – per me – profondamente ottocentesco: l’innovazione è tale se risulta essere qualcosa di esportabile industrialmente, riproducibile in serie (le sedie di legno curvo di Thonet a metà Ottocento). L’illusione della “democraticizzazione dell’innovazione”, infine, si condensò in una celebre frase di Henry Ford, usata anche in tempi recenti come claim pubblicitario: “C’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”. Ma a quale costo? E chi sono questi “tutti”?

mercoledì 9 gennaio 2013

Il labirinto magico

“RFID” è la decima voce del Dizionario controfattuale dell’innovazione di Matteo Pelliti. Un glossario incongruo fatto di indagini storico-etimologiche che aprono varchi nella stolida compattezza delle parole d’ordine della modernità. Un antidoto ai tic gergali e alle coazioni al nuovo, da somministrare, parafrasando Montale, agli “innovatori che non si voltano”. Uno stupidario puntuale come il mercoledí, tutti i mercoledí, in collaborazione con Il Bureau.


RFID è un acronimo infido. Si capisce che a leggerlo occorra, anche in italiano, vocalizzare la “erre”, là dove l’inglese pronuncia “ar” tale consonante. La Sigla sta per Radio Frequency IDentification, vale A dire Identificazione a radio frequenza. C’è qualcosa che riconosce qualcos’altro, Tracciandolo, sia esso cosa, persona O animale, grazie a questo sistema di Riconoscimento, che può assumere diverse forme e funzioni. Ad esempio piccole etichette, dentro un abito, Racchiuse nella confezione di un disco, in un passaporto E in uno skipass, in una tessera Per parcheggiare nel centro storico di una città O nel biglietto di una mostra. In RFID sentiamo il fidarsi, come spesso nei giochi di parole intorno al feed, ai “feed”, sentiamo l’affidarsi a un Tornare indietro, chiediamo E cerchiamo “feedback” delle Nostre azioni. RFID È una tecnologia levigata, capace di portare reale innovazione negli usi, nei comportamenti, nelle abitudini d’identificazione e riconoscimento e in modo non invasivo (anche nel caso degli innesti sottocute per l’identificazione degli animali). È “moderna” perché Toglie Ogni Parvenza meccanica nelle procedure di riconoscimento, ingresso, validazione, archiviazione. Lo sfiorare, l’avvicinarsi a un “lettore” che legge E riconosce le diverse informazioni contenute nel tag. Ecco, tag e RFID vanno insieme, come Dedalo e il labirinto. Certe etichette somigliano, appunto, A piccoli labirinti: quadrati concentrici che custodiscono, argentei, vita morte e miracoli di un prodotto, destinazione, costo, peso, Residenza. Labirinti che tracciano noi stessi, O i nostri consumi, i nostri desideri. Altri piccoli labirinti, simili, si ritrovano nei Codici QR (che meriterebbero, o meriteranno, voce autonoma nel nostro Dizionario). La privacy non è minacciata dalla Tecnologia RFID, semplicemente per il fatto che la privacy, l’Anonimato, non esiste piú, è un concetto che Serve solo per discutere, in convegni e pubblicazioni, sui temi legati alla violazione della privacy stessa, feticcio fantasma, flatus vocis che origina pure un suo Garante istituzionale. La pervasiva e invisibile efficacia della tecnologia RFID ci protegge e ci semplifica la vita, come un messaggio cifrato che funzioni da nuovo “apritisesamo”. Il valore delle formule magiche di un tempo sta oggi racchiuso in questi dispositivi dal potere nascosto e abilitante, veri nuovi talismani digitali, sottilissimi quadrati magici da indossare. 

(Il testo contiene una formula magica: Sator Arepo Tenet Opera Rotas)

lunedì 3 dicembre 2012

L’Europa delle città: Berlino

Giacomo Antico

Questo testo fa parte di un’inchiesta collettiva su L’Europa delle città, prodotta in collaborazione con Il Bureau.


La prima lettera della mia vita mi raggiunge l’ottavo giorno della mia giovane esperienza berlinese all’indirizzo di Oranienstrasse 33, edificio frontale, piano terzo, porta a destra. È una busta di dimensioni considerevoli, stipata di incartamenti. Maledicendo la mia scarsa manualità, faccio a pezzi l’involucro e ne esamino il contenuto: una smorfia di stupore spariglia la mia faccia. Tiro le tende della stanza e cerco rifugio nel suo anfratto piú scuro. La mia mano stringe il codice fiscale tedesco appena assegnatomi, senza capire la motivazione di tale inquadramento istituzionale.

L’impatto con una burocrazia celere ed efficiente – specie se la si confonde con l’ossessione tutta tedesca per l’irreggimentazione della realtà in categorie, un abito che si riverbera persino nell’universo linguistico, in cui il neologismo, lo strappo alla regola, è anch’esso regola – può suscitare nell’immediato una sensazione di mortificazione della libertà individuale. Tuttavia e ben presto, l’impressione di soffocamento si tramuta in ammirazione quando con uno sguardo piú attento si riconoscono i benefici di ordine socio-politico ed economico di una smart governance cittadina.

Infatti, è la povera, scalcinata Berlino che l’imprenditorialità hi-tech europea ha scelto come sua mecca, attirando giovani creativi e concentrando il piú elevato numero di start-up del Vecchio Continente. Una neonata comunità virtuale che già vanta successi di fama mondiale: basti citare SoundCloud, comunemente definito “Youtube della musica”, un sito con piú di dieci milioni di iscritti, o Upcload, che tramite la webcam misura in un attimo la taglia delle persone, rimuovendo cosí il principale ostacolo allo shopping di abbigliamento online. Le ragioni di tale successo vanno trovate nella sinergia fra istituti di ricerca, università, enti pubblici funzionanti e digitalizzati, e in una rete di wi-fi gratuito sempre piú diffusa. Inoltre, il basso costo della vita agevola la permanenza sul mercato di imprese acerbe, che altrove, seppur con idee valide, dovrebbero fare i conti con tempi di gestazione significativamente piú brevi. E se nel futuro prossimo questa ondata di visionari della rete promette di propiziare ingenti investimenti stranieri, per l’intanto costituisce una fulgida prova di quanta innovazione sia in grado di sprigionare l’azione combinata dei parametri di intelligenza di una città.

Un’intelligenza i cui segni sono manifesti nello spaccato urbano, come l’ispirato accorgimento di trasformare la denutrita figura standard del semaforo per l’attraversamento pedonale nell’Ampelmännchen, alla lettera l’omino del semaforo. Un florido omino in grado di strappare un sorriso anche al piú bigio degli impiegati in ritardo. Ormai un oggetto di culto cosí popolare da essere usato nelle scuole per l’educazione alla sicurezza stradale e in grado di alimentare un consistente giro d’affari con l’apposizione della sua effigie su souvenirs di ogni tipo. Non si richiedono nozioni di psicologia del traffico per apprezzare l’influenza positiva di questo simbolo sul viavai quotidiano.

Quando non vuole avvalersi della precisione millimetrica della mobilità pubblica, chi passeggia per Berlino ha l’impressione di percorrere un itinerario nel recente passato europeo, e al contempo proprio le stratificazioni urbane sincopate, l’ordinata discontinuità architettonica risuonano come un inno al cambiamento. Il suono di una città strutturalmente favorita dalla sua fisionomia che è Storia contemporanea, in cui “la tempesta del progresso” spira senza sosta sulle polverose testimonianze d’una perduta età dell’oro. Un aspetto eteroclito che è già divenire.

Un vantaggio non da poco considerando che, mentre nell’area asiatica si possono concepire a tavolino i cosiddetti Green City Projects per nuove e intelligenti città, in Europa preesistenti metropoli debbono interrogare la loro architettura per ottimizzare le infrastrutture disponibili e innestare un’informatica per la città, che ne misuri lo stato di salute da una angolazione olistica,  aiutata da sensori che, nascosti sotto l’asfalto o inseriti nei pali della luce, rendicontano lo stato del traffico, l’inquinamento dell’aria, il livello di rumore, il grado di riempimento dei bidoni dell’immondizia, l’efficienza energetica.

Insomma, come evidenziano le recenti evoluzioni, anche a Berlino il cittadino di domani sarà coinvolto in uno scambio diretto di dati con l’ambiente circostante. Se vuole renderlo proficuo, pur avendo accesso in qualsiasi momento alle informazioni fornite dalla città intelligente, non sarà esentato dal pensare.

Giacomo Antico, presto 22 anni, segue il quarto anno di giurisprudenza a Roma. L’inverno passato ha trascorso a Berlino il semestre piú freddo che si ricordi.

venerdì 19 ottobre 2012

Social innovation e resilienza del welfare


di Andrea Galante

Questo testo è stato scritto per Il Bureau.

© Gabriel Orozco, Astroturf Constellation, 2012
La crisi del welfare, spesso raccontata solo in chiave economica, risiede nella difficoltà di dare una risposta utile e concreta a sfide vecchie e nuove: povertà ed esclusione, educazione e formazione di giovani e lavoratori, cambiamento climatico e risparmio energetico. Da una parte una sua concezione inefficace, burocratica e spersonalizzante, dall’altra trasformazioni sociali profonde rendono necessario un ripensamento delle forme del welfare. A questo proposito ultimamente ha preso forza la nozione di social innovation. Sino a qualche anno fa non esisteva neanche una pagina wikipedia a riguardo. Ora è  invece diventata una delle parole chiave dell’agenda europea Horizon 2020 e anche del nostro governo tecnico che ha lanciato una Social Innovation Agenda per l’Italia.

La domanda viene spontanea. Cosa è esattamente la social innovation?  La giustapposizione di due parole d’ordine (e spesso abusate) come social e innovation ha un potere evocativo alto, ma non altrettanta precisione concettuale. Proviamo a fare un po’ di ordine.
Il libro bianco sull’innovazione sociale degli studiosi Murray, Grice a Mulgan definisce l’innovazione sociale come un processo che si caratterizza sia per i suoi risultati che per le relazioni cooperative che crea. L’Unione europea, attraverso il rapporto del BEPA, sottolinea un punto fondamentale: molti problemi attuali necessitano un ripensamento degli stili di vita oltre che di novità tecnologiche e organizzative. In questo senso, la social innovation costituisce un’innovazione sociale sia nei mezzi che nei fini. Nuovi prodotti e nuovi servizi che rispondono a problematiche diffuse e che, contemporaneamente, iniettano valore nella società e aumentano la capacità stessa dei gruppi di rispondere a situazioni di crisi.
Anche se non sempre presente, la componente tecnologica è un ingrediente decisivo: la società in rete ha prodotto nuove forme organizzative e associative, ha dato supporto a una necessità di cooperazione e di condivisione tra gli individui e ha creato un terreno che sfugge alle classiche divisioni tra pubblico e privato. Cosí, l’innovazione spesso risiede nella capacità degli individui di legarsi in reti e gestire problemi complessi e, assieme di dar spazio a forme di intelligenza collettiva.

Ma di cosa si sta parlando in concreto? Le forme della social innovation possono essere varie: imprenditoria sociale, associazionismo, profit e no-profit, settore pubblico e privato. Per esempio, Amsterdam UrbanMap è uno spazio web che informa sulle emissioni CO2 della città e fornisce ai sui abitanti consigli riguardo i metodi migliori di riduzione. The participatory budgeting è una piattaforma attraverso la quale i cittadini di Colonia sono invitati a partecipare circa le decisioni di allocazione di risorse pubbliche. E ancora, i Complaints Choirs danno la possibilità a tante persone in tutto il mondo di riunirsi e – letteralmente – cantare i problemi della loro vita quotidiana.
Le forme attraverso le quali si può innovare il sociale sono varie e curiose, anche se non è detto che siano tutte efficaci. Ciò che ci preme sottolineare è che è il legame sociale, la relazione tra soggetti diversi a occupare la centralità della scena. Come afferma Alex Giordano, sociologo attento a questi fenomeni, “l’etica del networking sta uscendo dalla rete e incominciando a colonizzare nuove forme di organizzazione del lavoro. Ciò è interessante perché risponde a regole non piú aritmetiche: non siamo piú in una dimensione dove uno piú uno fa due, ma in una dimensione dove uno piú uno può fare tre, prendendo pezzi disagiati di società e mettendoli insieme si possono creare delle opportunità”.
Ecco allora la resilienza del nuovo welfare. L’approccio della social innovation parte dalla crisi dei servizi sociali e del rapporto tra istituzioni e bisogni della società, usa l’intelligenza collettiva e crea opportunità, aumenta la partecipazione dei cittadini. Non risolverà tutti i problemi e da solo non basterà, quello è certo. Ma è il suo carattere che ci piace.