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sabato 8 dicembre 2012

Mitologie urbane. Il mito delle narrazioni

Tommaso Matano 

Mitologie urbane è un osservatorio, prodotto in collaborazione con Il Bureau, sugli schemi narrativi che organizzano la nostra esistenza, e in particolare sui “racconti sociali” che attraversano lo spazio della città.



Il mito è un linguaggio
Roland Barthes, Miti d’oggi

Nel luogo e nel tempo di Twitter, di Instagram e del microblogging, un discorso sulle narrazioni, oltre a soffrire del piú classico vizio di metodo (è una narrazione sulle narrazioni), appare soprattutto obsoleto.
Se è vero che ormai le notizie viaggiano tramite i leaks, cioè sgorgano dalla fonte direttamente sulle tavole dei lettori, senza il processo di imbottigliamento ed elaborazione dei mezzi d’informazione, allora discutere di come costruiamo il modo in cui raccontiamo il mondo può sembrare roba sorpassata. Il mondo ce lo raccontiamo cosí com’è, in ottemperanza a una visione realista delle cose.

La tecnologia ci concilia con i dati: internet valica la barriera della censura, scarnifica l’ideologico, ci mette in contatto orizzontale con il resto del mondo, ci restituisce l’appercezione immediata degli eventi.
Perché parlare di mitopoiesi nel tempo in cui il linguaggio pare avere presa integrale e sicura sulla realtà?

Come avrete capito dalla banalità di questo espediente retorico, la nostra autoconfutazione è fittizia.
Non solo, nel vivere quotidiano, abitiamo il mito. È il mito stesso che ci abita.
Le narrazioni solcano trasversalmente il mondo e la società che frequentiamo.
Il modo in cui elaboriamo i fenomeni collettivi che ci riguardano in quanto individui e in quanto cittadini è spesso un modo narrativo: i concetti sono in realtà storie. E il bello delle storie è che non vengono chiamate a dar conto della loro verità o falsità. La coerenza della narrazione ha una dignità tutta particolare, poiché non risponde alla logica ordinaria, ma organizza il senso a un livello che fa appello all’intelligenza pratica, al saper fare
Di una storia possiamo servirci come se fosse uno strumento. Essa funziona quando fila, non quando dice la verità.
Ma cosa vuol dire questo, nella vita di tutti i giorni?
Vuol dire che mentre la tecnologia ci fornisce modalità sempre piú crude di imporci alla natura, predicando la ricchezza di un linguaggio-oggetto, nell’idea che aver presa sulla realtà sia dire la realtà e non parlare della realtà, i giornali, il bar, i social networks e tutti gli altri luoghi (in una parola le città) che abbiamo per rielaborare quel linguaggio-oggetto finiscono per rendere quell’elaborazione una narrazione.
Vuol dire, in altre parole, che a volte, quando parliamo del mondo, stiamo raccontando storie sul mondo.
Nel rischio del narrativo vorremmo addentrarci, per tentare di osservare quel meccanismo con cui il nostro linguaggio – verbale, fotografico, multimediale – piú che parlare la o della realtà, la rifà.
Come racconta Nelson Goodman, “a chi si rammaricava che il suo ritratto di Gertrude Stein non le fosse somigliante, si dice che Picasso abbia risposto: Non importa, lo sarà.
Ci muoviamo in una realtà che, già per il semplice fatto di essere quella in cui siamo, è aumentata, incrementata, dal valore simbolico del nostro parlarne.
Il compito che ci proporremo, allora, nel tracciare una specie di affresco dei miti della società di oggi, sarà problematizzare questi fenomeni in cui ci troviamo continuamente immersi. Non saremo forse in grado di comprendere le mitologie urbane, ma proveremo a identificarle in quanto mitologie. 
La convinzione, implicita, che orienta i nostri intenti, è che nell’intelligenza della città, cioè del luogo in cui abitiamo, debba rientrare anche questo spazio ri-creativo. Uno spazio in cui la significazione che il mondo assume possa farsi oggetto di riflessione. 
Non si tratterà di dare nomi alle cose, ma di denunciare le cose che ancora non hanno un nome.
È una maniera per mettere ordine?
Senz’altro è un mezzo per sbirciare nel modo in cui viviamo nelle città, in cui viviamo le città, in cui concepiamo le città, perfino nel modo in cui stiamo nella dimensione parallela della “Rete” come se fosse una città.
E questo come se è già una narrazione.
Non sappiamo quanto tutto questo sia utile. 
Speriamo si riveli almeno urbano.


lunedì 3 dicembre 2012

L’Europa delle città: Berlino

Giacomo Antico

Questo testo fa parte di un’inchiesta collettiva su L’Europa delle città, prodotta in collaborazione con Il Bureau.


La prima lettera della mia vita mi raggiunge l’ottavo giorno della mia giovane esperienza berlinese all’indirizzo di Oranienstrasse 33, edificio frontale, piano terzo, porta a destra. È una busta di dimensioni considerevoli, stipata di incartamenti. Maledicendo la mia scarsa manualità, faccio a pezzi l’involucro e ne esamino il contenuto: una smorfia di stupore spariglia la mia faccia. Tiro le tende della stanza e cerco rifugio nel suo anfratto piú scuro. La mia mano stringe il codice fiscale tedesco appena assegnatomi, senza capire la motivazione di tale inquadramento istituzionale.

L’impatto con una burocrazia celere ed efficiente – specie se la si confonde con l’ossessione tutta tedesca per l’irreggimentazione della realtà in categorie, un abito che si riverbera persino nell’universo linguistico, in cui il neologismo, lo strappo alla regola, è anch’esso regola – può suscitare nell’immediato una sensazione di mortificazione della libertà individuale. Tuttavia e ben presto, l’impressione di soffocamento si tramuta in ammirazione quando con uno sguardo piú attento si riconoscono i benefici di ordine socio-politico ed economico di una smart governance cittadina.

Infatti, è la povera, scalcinata Berlino che l’imprenditorialità hi-tech europea ha scelto come sua mecca, attirando giovani creativi e concentrando il piú elevato numero di start-up del Vecchio Continente. Una neonata comunità virtuale che già vanta successi di fama mondiale: basti citare SoundCloud, comunemente definito “Youtube della musica”, un sito con piú di dieci milioni di iscritti, o Upcload, che tramite la webcam misura in un attimo la taglia delle persone, rimuovendo cosí il principale ostacolo allo shopping di abbigliamento online. Le ragioni di tale successo vanno trovate nella sinergia fra istituti di ricerca, università, enti pubblici funzionanti e digitalizzati, e in una rete di wi-fi gratuito sempre piú diffusa. Inoltre, il basso costo della vita agevola la permanenza sul mercato di imprese acerbe, che altrove, seppur con idee valide, dovrebbero fare i conti con tempi di gestazione significativamente piú brevi. E se nel futuro prossimo questa ondata di visionari della rete promette di propiziare ingenti investimenti stranieri, per l’intanto costituisce una fulgida prova di quanta innovazione sia in grado di sprigionare l’azione combinata dei parametri di intelligenza di una città.

Un’intelligenza i cui segni sono manifesti nello spaccato urbano, come l’ispirato accorgimento di trasformare la denutrita figura standard del semaforo per l’attraversamento pedonale nell’Ampelmännchen, alla lettera l’omino del semaforo. Un florido omino in grado di strappare un sorriso anche al piú bigio degli impiegati in ritardo. Ormai un oggetto di culto cosí popolare da essere usato nelle scuole per l’educazione alla sicurezza stradale e in grado di alimentare un consistente giro d’affari con l’apposizione della sua effigie su souvenirs di ogni tipo. Non si richiedono nozioni di psicologia del traffico per apprezzare l’influenza positiva di questo simbolo sul viavai quotidiano.

Quando non vuole avvalersi della precisione millimetrica della mobilità pubblica, chi passeggia per Berlino ha l’impressione di percorrere un itinerario nel recente passato europeo, e al contempo proprio le stratificazioni urbane sincopate, l’ordinata discontinuità architettonica risuonano come un inno al cambiamento. Il suono di una città strutturalmente favorita dalla sua fisionomia che è Storia contemporanea, in cui “la tempesta del progresso” spira senza sosta sulle polverose testimonianze d’una perduta età dell’oro. Un aspetto eteroclito che è già divenire.

Un vantaggio non da poco considerando che, mentre nell’area asiatica si possono concepire a tavolino i cosiddetti Green City Projects per nuove e intelligenti città, in Europa preesistenti metropoli debbono interrogare la loro architettura per ottimizzare le infrastrutture disponibili e innestare un’informatica per la città, che ne misuri lo stato di salute da una angolazione olistica,  aiutata da sensori che, nascosti sotto l’asfalto o inseriti nei pali della luce, rendicontano lo stato del traffico, l’inquinamento dell’aria, il livello di rumore, il grado di riempimento dei bidoni dell’immondizia, l’efficienza energetica.

Insomma, come evidenziano le recenti evoluzioni, anche a Berlino il cittadino di domani sarà coinvolto in uno scambio diretto di dati con l’ambiente circostante. Se vuole renderlo proficuo, pur avendo accesso in qualsiasi momento alle informazioni fornite dalla città intelligente, non sarà esentato dal pensare.

Giacomo Antico, presto 22 anni, segue il quarto anno di giurisprudenza a Roma. L’inverno passato ha trascorso a Berlino il semestre piú freddo che si ricordi.

giovedì 15 novembre 2012

La città mediale


In collaborazione con Il Bureau

 A Barjac, nel sud della Francia, Anselm Kiefer ha costruito La Ribaute, un agglomerato di edifici, scale, cuniculi e gallerie che si rincorrono lungo una vasta superficie nella campagna francese. Una piccola città esposta alla lenta corrosione degli elementi naturali, e quindi destinata a trasformarsi in rovina. Una simile idea di archeologia inversa Kiefer ha trasferito, amplificandola, nel 2004 all’HangarBicocca di Milano, nei suoi Sette palazzi celesti. Sette torri di altezza variabile tra i 14 e i 18 metri, in cemento armato, che interpretano i palazzi descritti nell’antico trattato ebraico Sefer Hechalot. Una città monumentale e divina precipitata sulla terra, che invita alla contemplazione sintetica delle macerie di tutte le civiltà umane, mostrando una sineddoche dei sempre ricorrenti tentativi terrestri di edificazione. Il tempo e la storia si manifestano attraverso la consunzione della materia e l’erosione delle forme, mentre dalla trama delle rovine affiorano gli oggetti desueti che sono stati agenti della civilizzazione: libri ridotti a un silenzio di piombo, mezzi di trasporto, macchine da guerra, immagini cieche con i loro strumenti di produzione e riproduzione, incapaci di sottrarle alla minaccia dell’oscuramento e dell’oblio.

Letteralmente all’ombra di questa memoria pietrificata, archeologia  di simboli, scorrono i flussi sonori e luminosi di un display riecheggiato all’infinito dagli specchi: Unidisplay, istallazione temporanea di Carsten Nicolai collocata accanto all’opera di Kiefer. Il senso del tempo e dello spazio che Kiefer affida alle tracce che incidono le cose si trasfonde con Nicolai  nell’immaterialità del digitale. Il peso di milioni di atomi condensati nel cemento armato si scioglie nella fluidità dei bit. La cui scansione binaria è ribadita dalla rigorosa bicromia del bianco e nero. Le masse luminose e gli impulsi sonori compongono sul display un grafico dell’esistenza nel quale alle tracce della storia si sostituiscono i significati composti dalle intensità, dalle frequenze, dai ritmi. La città risolve la propria topografia nella descrizione sintetica dei flussi di informazione che la attraversano. Come specchio digitale dei Sette palazzi di Kiefer il display di Nicolai diventa una riflessione sulla forma della città nell’epoca della sua rappresentazione mediale


Del resto esiste un legame originario tra l’arte e la rappresentazione della città come piattaforma di comunicazione, groviglio di segni e messaggi. L’arte descrive la città sfruttando il sapere tecnologico piú avanzato che la città e il suo tempo sono riusciti a produrre: dal prodigio tecnico della cupola di Brunelleschi, compimento dei saperi di un’epoca, al display di Nicolai che consegna alla città la sua mappa digitale. Dove non ci sono piú oggetti ma nodi, flussi e campi di distribuzione dell’informazione.

La città non è soltanto quanto è racchiuso dal perimetro delle sue mura, o l’insieme delle sue funzioni istituzionali. Lo spazio urbano è fatto di tutto quanto contribuisce a costruire significati, gli elementi materiali e immateriali, le relazioni, gli eventi, le influenze, i rapporti di forza, i flussi che attraversano i luoghi. La città si estende oltre le cose, gli edifici, gli individui che contiene, e diventa un’ipotesi di senso, l’immagine mentale che ciascuno si fa dello spazio della vita.


La città è un processo, una pratica permanente, qualcosa che si fa qui e ora e che si intreccia alla produzione incessante di segni che scaturisce dal vivere sociale. Città e atto comunicativo condividono questa dimensione del fare all’interno della quale si scambiano soluzioni tecniche e concettuali, in una attribuzione continua, e reciproca, di significati.


Attraverso le strutture della comunicazione la città assimila la mutazione delle tecniche, collocandola dentro un sistema che include l’economia e in generale tutte le articolazioni dell’organizzazione sociale. La comunicazione allestisce all’interno della città un laboratorio di invenzione che ha un rapporto osmotico con il contesto urbano. Mentre indaga, critica, descrive lo spazio della città, la comunicazione lo modifica e ne è modificata. Si colloca dentro la città come ipotesi progettuale, genera interpretazioni dello spazio che producono uno scarto rispetto all’esistente urbanistico, e suggeriscono modelli di trasformazione.

lunedì 4 giugno 2012

Le città mediali

Le infrastrutture che rendono possibili le relazioni non stanno nella città: sono la città. Esiste un’architettura dei sistemi di comunicazione che modella lo spazio urbano e descrive le sue condizioni di esistenza. Determinando le pratiche sociali, le forme di cittadinanza e le declinazioni dell’estetica.

Intorno all’urgenza di questi temi si svilupperà, dal 7 al 9 giugno, il seminario internazionale Media City: new spaces, new aesthetics, promosso dalla Triennale di Milano. Esperti di comunicazione, media, architettura e urbanistica si incontrano per provare a individuare le linee di trasformazione della città contemporanea e del futuro. Saranno ospiti “guru” internazionali come Henry Jenkins, architetti affermati come Kurt W. Forster, Mirko Zardini, Pierluigi Nicolin, giovani architetti di Yale, studiosi di media e contesti urbani come Vinzenz Hediger e Will Staw (responsabile del maggior laboratorio canadese su media e città), tecnologi come Alfonso Fuggetta, studiosi dell’organizzazione urbana come Giuliano Noci, studiosi di estetica come Mauro Carbone.

Il convegno è coordinato per la Triennale da Francesco Casetti, professore di cinema e media alla Yale University. Che in questo video si chiede: “cosa fanno i media alla città?” La rendono piú funzionale, piú attrattiva, piú sociale, piú bella, piú ampia, piú fluida. Ma anche piú complessa e difficile da decifrare.



“Come una Matrioska, i sotterranei del vivere collettivo sono l’esplorazione del presente”, scrive Luca Tremolada su Nòva introducendo la sua conversazione col professor Casetti. I media hanno sempre ridefinito l’ecologia dei sistemi umani, cosí come l’orizzonte delle abitudini individuali. Ma se i media novecenteschi plasmavano soprattutto lo spazio del pubblico o, come nel caso della televisione, risucchiavano nel pubblico lo spazio privato, i media digitali aboliscono ogni distinzione tra pubblico e privato. Aggredendo la nozione di centro i nuovi sistemi di comunicazione riconfigurano anche gli spazi urbani e le loro funzioni.

Le comunità che si creano in rete tendono a geolocalizzarsi secondo strategie inedite. Ma non per questo aboliscono il senso del territorio. Invece di escludersi a vicenda geografia virtuale e geografia fisica si compenetrano. L’interazione virtuale si prolunga nello spazio reale. Sifdando i progettisti a concepire luoghi capaci di rendere funzionale questa contaminazione di piani. “Un aspetto interessante – osserva Casetti – è che mentre la circolazione dei messaggi è globale, il loro impatto è locale.” Un tweet può permettere a una comunità di convocarsi in diretta in un punto del mondo, proprio mentre comunica al resto del mondo la realtà dell’incontro.
Come un nuova atmosfera “aumentata” la mediasfera fascia la città premendo sulle sue forme. Producendo estetiche e politiche. E ristrutturando il flusso economico, che sempre di piú integra la produzione di beni immateriali e valorizza la creatività.

La ricomposizione mediale della città disegna un articolato paesaggio di opportunità. Ma nasconde anche nelle proprie pieghe rischi ancora indefiniti e nuove categorie di problemi. Quali possono essere l’esasperazione delle tecniche di controllo, il livellamento delle differenze, le forme di esclusione legate ai ritardi tecnologici di alcune fasce della popolazione. Ritornando all’immagine della Matrioska: “le città rischiano di custodire sottomondi”, scollature tra i diversi livelli di fruizione, attività sotterranee che possono produrre smottamenti e pesanti ricadute nel reale. La sola possibile intelligenza della città sarà allora nella capacità di gestire attraverso soluzioni ingegnose la stratificazione complessa di opportunità e problemi.