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lunedì 3 dicembre 2012

L’Europa delle città: Berlino

Giacomo Antico

Questo testo fa parte di un’inchiesta collettiva su L’Europa delle città, prodotta in collaborazione con Il Bureau.


La prima lettera della mia vita mi raggiunge l’ottavo giorno della mia giovane esperienza berlinese all’indirizzo di Oranienstrasse 33, edificio frontale, piano terzo, porta a destra. È una busta di dimensioni considerevoli, stipata di incartamenti. Maledicendo la mia scarsa manualità, faccio a pezzi l’involucro e ne esamino il contenuto: una smorfia di stupore spariglia la mia faccia. Tiro le tende della stanza e cerco rifugio nel suo anfratto piú scuro. La mia mano stringe il codice fiscale tedesco appena assegnatomi, senza capire la motivazione di tale inquadramento istituzionale.

L’impatto con una burocrazia celere ed efficiente – specie se la si confonde con l’ossessione tutta tedesca per l’irreggimentazione della realtà in categorie, un abito che si riverbera persino nell’universo linguistico, in cui il neologismo, lo strappo alla regola, è anch’esso regola – può suscitare nell’immediato una sensazione di mortificazione della libertà individuale. Tuttavia e ben presto, l’impressione di soffocamento si tramuta in ammirazione quando con uno sguardo piú attento si riconoscono i benefici di ordine socio-politico ed economico di una smart governance cittadina.

Infatti, è la povera, scalcinata Berlino che l’imprenditorialità hi-tech europea ha scelto come sua mecca, attirando giovani creativi e concentrando il piú elevato numero di start-up del Vecchio Continente. Una neonata comunità virtuale che già vanta successi di fama mondiale: basti citare SoundCloud, comunemente definito “Youtube della musica”, un sito con piú di dieci milioni di iscritti, o Upcload, che tramite la webcam misura in un attimo la taglia delle persone, rimuovendo cosí il principale ostacolo allo shopping di abbigliamento online. Le ragioni di tale successo vanno trovate nella sinergia fra istituti di ricerca, università, enti pubblici funzionanti e digitalizzati, e in una rete di wi-fi gratuito sempre piú diffusa. Inoltre, il basso costo della vita agevola la permanenza sul mercato di imprese acerbe, che altrove, seppur con idee valide, dovrebbero fare i conti con tempi di gestazione significativamente piú brevi. E se nel futuro prossimo questa ondata di visionari della rete promette di propiziare ingenti investimenti stranieri, per l’intanto costituisce una fulgida prova di quanta innovazione sia in grado di sprigionare l’azione combinata dei parametri di intelligenza di una città.

Un’intelligenza i cui segni sono manifesti nello spaccato urbano, come l’ispirato accorgimento di trasformare la denutrita figura standard del semaforo per l’attraversamento pedonale nell’Ampelmännchen, alla lettera l’omino del semaforo. Un florido omino in grado di strappare un sorriso anche al piú bigio degli impiegati in ritardo. Ormai un oggetto di culto cosí popolare da essere usato nelle scuole per l’educazione alla sicurezza stradale e in grado di alimentare un consistente giro d’affari con l’apposizione della sua effigie su souvenirs di ogni tipo. Non si richiedono nozioni di psicologia del traffico per apprezzare l’influenza positiva di questo simbolo sul viavai quotidiano.

Quando non vuole avvalersi della precisione millimetrica della mobilità pubblica, chi passeggia per Berlino ha l’impressione di percorrere un itinerario nel recente passato europeo, e al contempo proprio le stratificazioni urbane sincopate, l’ordinata discontinuità architettonica risuonano come un inno al cambiamento. Il suono di una città strutturalmente favorita dalla sua fisionomia che è Storia contemporanea, in cui “la tempesta del progresso” spira senza sosta sulle polverose testimonianze d’una perduta età dell’oro. Un aspetto eteroclito che è già divenire.

Un vantaggio non da poco considerando che, mentre nell’area asiatica si possono concepire a tavolino i cosiddetti Green City Projects per nuove e intelligenti città, in Europa preesistenti metropoli debbono interrogare la loro architettura per ottimizzare le infrastrutture disponibili e innestare un’informatica per la città, che ne misuri lo stato di salute da una angolazione olistica,  aiutata da sensori che, nascosti sotto l’asfalto o inseriti nei pali della luce, rendicontano lo stato del traffico, l’inquinamento dell’aria, il livello di rumore, il grado di riempimento dei bidoni dell’immondizia, l’efficienza energetica.

Insomma, come evidenziano le recenti evoluzioni, anche a Berlino il cittadino di domani sarà coinvolto in uno scambio diretto di dati con l’ambiente circostante. Se vuole renderlo proficuo, pur avendo accesso in qualsiasi momento alle informazioni fornite dalla città intelligente, non sarà esentato dal pensare.

Giacomo Antico, presto 22 anni, segue il quarto anno di giurisprudenza a Roma. L’inverno passato ha trascorso a Berlino il semestre piú freddo che si ricordi.

martedì 27 novembre 2012

L’Europa delle città: Amburgo

Fabien Kunz-Vitali

Questo testo fa parte di un’inchiesta collettiva su L’Europa delle città, prodotta in collaborazione con Il Bureau.


La città rintanata nel proprio passato (o: perché i poeti sono da preferire ai sovrintendenti all’edilizia).
In uno dei capitoli di Notre-Dame de Paris, notoriamente indigesti per il lettore curioso di come va a finire la storia, ma troppo breve per l’autore che infatti si scusa della sua schematicità, Hugo traccia un quadro storico dello sviluppo urbanistico di Parigi, dalle origini fino ai giorni della Restaurazione. Raccontando una storia di continuo declino, naturalmente. Dove splendeurs e beautés del passato, quello gotico in particolare, si presentano ormai solo in modo fugace, negli interstizi fra l’uno e l’altro edificio nuovo che deturpa l’aspetto generale, un tempo sublime, della città. Pur nel profluvio delle sue pagine enciclopediche, non sfugge la logica assai semplice secondo cui Hugo declina la storia dell’architettura di Parigi, del resto analoga a un suo atteggiamento scisso verso la Storia in generale: il passato era iniquo, ma bello – il progresso è giusto, ma brutto.

Ora, quando Hugo stava lassú, in cima alla sua vecchia cattedrale, a scrutare il vasto spazio di una città che sembrava non appartenergli piú, e che egli vedeva arretrare irrevocabilmente nel futuro, Parigi era ancora di là dall’assumere quell’aspetto e dal divenire quel luogo che oggi ci è familiare e che, piú o meno, ci affascina. Per cui non possiamo non sorridere delle sue profezie, in particolare, di una Parigi votata al progresso e, ipso facto, al regresso a spazio architettonicamente insignificante. A parte la questione del gusto, una realtà urbana recente come, mettiamo, la Défense (chissà quali batterie analogiche Hugo avrebbe mobilitato contro un progetto come questo) – conferma che è precisamente abiurando, con spontanea brutalità, all’idea della conservazione che Parigi oggi è ancora una Città. Vale a dire una meta costante di persone in cerca, non di musei, ma di una vita; un luogo che, come un organismo, è capace di trasformarsi, di reinventarsi, di inglobare il proprio passato e magari anche di reprimerlo (Freud ha paragonato le stratificazioni dell’apparato psichico alle stratificazioni urbane di una città come Roma). Ecco, non bisogna scomodare i futuristi per affermare che la conservazione, quando si fa principio, può andare bene per un posto come Lubecca, ma non vale per una Città.

Le idee che Hugo espresse a proposito dell’architettura parigina sono interessanti perché, fra l’altro, rinviano a problemi che oggi non sono privi d’attualità. Fra questi c’è anzitutto quello del patrimonio storico e di come proteggerlo affinché, rispetto alle esigenze e alle visioni del futuro, non diventi un semplice baluardo. Ma la domanda pare ancillare a un’altra: in una realtà che si dichiara democratica, in cui l’organizzazione della vita di una comunità, quindi anche l’edilizia, dovrebbe essere mediata da un consenso popolare, come regolare le questioni che riguardano evoluzione ed estetica urbana, soprattutto quando queste toccano dei punti nevralgici, i luoghi esposti e pertanto simbolici di una metropoli? Da quando non è piú un re illuminato a portare da solo la responsabilità di dare un volto alla città, chi ha il diritto e il dovere di decidere? Gli specialisti, certo. Ma a parte le questioni tecniche, per le questioni estetiche, gli specialisti chi sono? Gli starchitetti?

Amburgo, 2007: Herzog & De Meuron vincono l’appalto per la costruzione della Elbphilharmonie, gigantesco edificio navaloide che conterrà insieme sala concerti, albergo, luogo gastronomico, appartamenti privati, parcheggio, piattaforma panoramica... Soprattutto, per la sua posizione di rilievo, cioè sovrastando il porto e la cosiddetta Hafencity (nuova zona urbana che, conglobandoli, cresce attorno agli storici magazzini della Speicherstadt), l’edificio è chiamato ad assumere funzione di nuovo simbolo della città, o meglio, di Amburgo che vuole essere Città.

Cosí ovviamente non la vede la gran parte della popolazione locale. Che non vi si riconosce. E qui comincia la nebbia. Chi decide cosa deve simboleggiare una città? Magari non il “popolo” se è vero, come lo è in questo caso, che le visioni per l’espansione urbanistica non si basano su un referendum. E non potrebbe essere diversamente se è vero, come ancora una volta lo è qui, che il popolo tende a rifiutare categoricamente progetti che incrementano e, per forza, alterano l’aspetto a lui familiare di una città. Ora, è chiaro, occorre distinguere. La difesa del vecchio contro il nuovo può avere motivazioni sacrosante, come quando porta a smascherare un falso progresso – per restare ad Amburgo, la protesta contro il sacrificio di un pezzo storico di Altona per la costruzione un punto vendita Ikea. O come quando muove da un disagio sociale facendosi disagio anche logico, almeno per chi dipende da Hartz IV (il programma pubblico di assistenza ai poveri: la povertà non è una prerogativa meridionale) e voglia provare a mettere in relazione i propri stenti con il fasto del tutto inaccessibile, a lui come ai piú, del nuovo “simbolo” della propria città.
Bene. Ma a voler rispettare le ragioni di ogni singolo cittadino (altra nebbia: chi è sufficientemente cittadino da poter far valere le proprie ragioni?) nella progettazione del futuro urbano, probabilmente, non ci sarebbe da costruire piú niente. Ciò ovviamente non significa che non si deve per lo meno cercare di coinvolgere tutti. E in questo senso, l’iniziativa che da quest’anno si sta sperimentando proprio ad Amburgo sotto il nome di Stadtwerkstatt, sorta di officina del dialogo sulla città che coinvolge cittadini, architetti e politici, è senz’altro interessantissima, degna forse della “città intelligente” che impegna il dibattito urbanistico internazionale – a meno di non volerla interpretare pessimisticamente come un sedativo. Solo, le voci cittadine raccolte in questo contesto parlano chiaro. Sono semplici variazioni sul tema del ubi sunt (ovvero si stava meglio quando si stava peggio): Quanto sono belli i vecchi depositi nel porto! Quanto doveva essere bella la città quando erano solo le prominenti chiese protestanti a disegnarne la silhouette! E infine: quanto tutto questo viene sfigurato dal nuovo... E quindi daccapo. Il popolo (un po’ come Hugo, e non a caso) può essere terribilmente conservatore. Non gradisce il nuovo, se non è strettamente in linea con il vecchio. Si indigna dell’estetica degli esempi statuiti da un potere nuovo, e si gongola per l’estetica degli esempi statuiti dal potere storico – di solito, senza nemmeno stare a immaginare il probabile disagio delle generazioni precedenti, a loro volta confrontate, assai meno democraticamente, con il “nuovo”. Insomma: quella bella silhouette storica che tanti vorrebbero poter scrutare senza imbattersi in oggetti estranei, è sempre stata cosí perfettamente armoniosa e “tipica” o piuttosto lo è diventata col tempo? E, ancora, dobbiamo proprio farci invisibili per non disturbarlo, nella sua grandezza e nel suo sublime, il passato? 

Sarebbe bello fare simili domande a Egbert Kossak, ex sovrintendente dello sviluppo edile di Amburgo e oggi portavoce fra i piú autorevoli della protesta contro il rinnovo architettonico della città. Non è che non siano spontaneamente comprensibili certe sue posizioni, come quando per esempio indica negli Event Manager, nei Vip mediatici e in altri venditori di frottole, i veri e completamente incompetenti responsabili dell’attuale sviluppo urbanistico. O quando definisce ignobili (“brutta porcheria”), costruzioni nuove tipo le Torri danzanti. Ma Kossak si mette a sparare a zero contro tutto. Non solo contro la Elbphilharmonie che per lui comunque è un “mostro completamente informe che spezza ogni ragionevole dimensione della città”, quasi i due architetti svizzeri si fossero scordati di usare il righello. Ma contro qualunque cosa interferisca con la sky-line su citata, cioè quella “silhouette costituita dalle sue cinque grandi chiese e con la casa comunale che rappresenta, da ormai 600 anni, l’identità di Amburgo”. Come dire, Amburgo non deve essere una Città, ma deve essere la città che è sempre stata. Deve stare rintanata nel proprio passato.

Nella combinatoria davvero eccezionale e affascinante (per chi osservi da fuori) dei pregiudizi che sembrano accompagnare la controversia, non solo sulla Elbphilharmonie, ma sull’evoluzione urbanistica di Amburgo in generale, gli argomenti del sovrintendente sono i piú rappresentativi. E anche i piú deludenti. Quasi la protezione della sostanza storica, in architettura come altrove, fosse stata il principio che ha reso Amburgo quella che è o che pretende di essere, cioè la “Porta del mondo”. Insomma, il passato è una bellissima cosa. Specie quando viene esaltato ad arte, come nei romanzi di Hugo. Che, invece di parlare come un sovrintendente privo di senso poetico, parlava da poeta con tanto di senso storico (“Ceci tuera cela”). E che, invece di auspicare come soluzione il restauro della vecchia sagoma della città, cioè, piú o meno, il ritorno al tardo Medioevo, si limitava a incoraggiare i suoi lettori a salire sulle torri di Notre-Dame de Paris e a immedesimarsi nella visuale “dei corvi del 1482”. Ecco: consigliamo agli amburghesi di salire sulla torre del loro adorato San Michele e di immaginare, anacronisticamente, la panoramica della città che avevano i gabbiani del 1482.

martedì 20 novembre 2012

L’Europa delle città: Parigi

Tommaso Matano

Questo testo fa parte di un’inchiesta collettiva su L’Europa delle città, prodotta in collaborazione con Il Bureau: “cittadini europei” raccontano, attraverso esperienze professionali e di vita, esempi di intelligenza urbana che attivano il sapere creativo delle città, e possono offrire modelli di riconnessione del tessuto culturale europeo.

 
Se esistesse un test del QI per misurare l’intelligenza di una città, la gracchiante voce degli altoparlanti della metropolitana contribuirebbe a far ottenere a Parigi un buon risultato. In quattro o cinque diverse lingue un’anonima signorina ricorda di non lasciare i bagagli incustoditi e di conservare il titolo di viaggio fino all’uscita dalla stazione.
Concessione di poliglottismo e comunicabilità apparentemente paradossale, nella città dell’orgoglio e del nazionalismo francesi, il luogo in cui la proverbiale antipatia parigina diventa verbo (e smorfia), la terra dove la pronuncia sbagliata di un singolo accento può trasformarsi in estromissione dalla semiosfera o piú semplicemente in suicidio sociale.
Rifletto su tale ossimoro mentre sono a bordo della futuristica linea 14, in un vagone affollato di persone che parlano uno strano francese e che invitate dall’insistenza di uno squillo a rispondere al cellulare, sfoggiano fedelmente, e con una certa soddisfazione, la propria lingua materna.
Dev’essere questo che si intendeva, quando si parlava di Europa. Non piú soltanto fenomeni sfuggevoli e apparentemente acefali come lo spread, i tassi d’interesse e i debiti pubblici, ma anche questo ricettacolo di persone che si guardano intorno circospette, consapevoli di esser pesci fuor d’acqua che iniziano a rinunciare alle branchie e imparano a usare i polmoni.
Tutti insieme in quella Parigi che è stata capitale dell’Europa di un altro tempo, di un’altra modernità – fatta di passages –, e che oggi nasconde dietro la sua aria decadente da belle epoque il cuore pulsante di una metropoli del presente.

La vita di un emigrante in una metropoli come Parigi sembra assumere le movenze di una struttura dialettica, l’affermazione dell’arrivo, l’alienazione dell’esclusione, e infine il superamento o meglio l’integrazione.
Sta all’intelligenza della città accompagnare questo movimento, addolcirlo, rendendo risorsa i propri luoghi, affinché i cittadini (anche stranieri) diventino a loro volta risorsa per la città. Lo Stato francese stanzia notevoli borse di studio per gli studenti stranieri in trasferta a Parigi (che conta diciassette università) e offre fondi per sostenere i prezzi astronomici degli affitti. La vita resta comunque troppo costosa e la macchina burocratica un mostro pletorico difficile da sconfiggere, le banlieues sono l’altra faccia di una medaglia che porta in effige le facciate borghesi dei palazzi haussmaniani e vanta il maggior numero di turisti al mondo, il modello d’integrazione multiculturale si è rivelato, al fondo, fallimentare e le forme di aggregazione sociale soffrono una sostanziale indifferenza verso l’altro da sé.
Ma. Ma è vero che Parigi è stata, ed è, una città all’avanguardia nell’ambito dell’offerta culturale, un luogo in cui l’industria culturale funziona perché vende, e i soldi fanno la facilità/felicità delle librerie, dei cinema, dei teatri.
Tanto per fare un esempio, invito chiunque non ci sia ancora mai stato a recarsi presso la grande libreria Gibert & Joseph che si erge sul boulevard St. Michel per provare a comprendere la portata referenziale della metafora “il peso della cultura”. O sfido a conoscere tutti gli infiniti piccoli cinema indipendenti, che sopravvivono nonostante la concorrenza con multisale dagli innumerevoli schermi. Per non parlare poi del polo museale e bibliotecario, praticamente un’altra città nella città. Parigi ha introdotto la Notte Bianca e la Notte dei Musei, e di notti in cui tutte le vacche sono nere non ne ha conosciuta nemmeno mezza, visto che è la ville lumière, e le vacche non girano libere per le strade.
La capacità che attività culturali socialmente trasversali hanno di rifigurare la praxis della città, è un aspetto che potrebbe contribuire a una definizione di intelligenza della metropoli, anche se sotto un profilo non immediatamente infrastrutturale o tecnologico.

È degna di nota, in questo senso, la Fête de la musique. L’iniziativa – che va in scena da trent’anni ed è già stata esportata in mezzo mondo – è articolata attraverso la disseminazione di concerti gratuiti in giro per la città. La particolarità è che, anche se alcuni concerti sono organizzati dal Comune, viene data l’opportunità a gruppi di artisti, previa iscrizione, di suonare liberamente in strada. Lo slogan della Fête de la musique è infatti l’omofono Faites de la musique. Non si tratta propriamente di un festival musicale; i cittadini possono improvvisare concerti negli spazi pubblici della città. La festa si tiene il 21 Giugno e ha ormai raggiunto un livello di diffusione europeo. L’evento è stato infatti allargato, divenendo European music day, garantendo reciproci scambi di artisti tra un paese e l’altro. In Italia, grazie all’Associazione italiana per la festa della musica, l’evento è giunto alla sua diciottesima edizione, e attraverso la collaborazione con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali promette di espandersi e guadagnare una cassa di risonanza sempre maggiore.
All’abituale idea di consumo culturale di massa, in stile Nuit blanche, questo tipo di iniziativa oppone una versione che in lessico internautico potremmo definire 2.0. I cittadini, infatti, non si limitano a essere fruitori dell’offerta, ma la producono. Che il coordinamento sia di livello europeo, poi, non può che essere una buona notizia: se è vero che la costruzione di un’identità culturale europea è una sfida che stiamo ancora affrontando, qualcosa che abbiamo posposto alla moneta unica e agli ordinamenti politici, iniziative di immediato contatto con il territorio non possono che essere positive.

Non credo sia vero, come vorrebbero certe interpretazioni, che l’Europa abbia inscritto in sé, già nel suo etimo, un carattere destinalmente crepuscolare. Credo sia invece necessario perseguire quella strada che vuole nella storia d’Europa la storia dei tentativi di fornire una risposta alla domanda “che cos’è l’Europa?”. E credo che questi tentativi, nel loro fallire sempre meglio, possano quantomeno contribuire a sviluppare nei cittadini d’Europa che già siamo, il senso di una comune appartenenza.
Che le città, attraverso le loro pratiche del vivere assieme, si facciano carico di questo compito, è una speranza, ma anche la constatazione di qualcosa che già avviene. Tanto la metropoli può contribuire con le forme del suo sviluppo alla costruzione di un’identità europea, quanto l’Europa può influire sul mutamento della metropoli stessa.
La (ri)appropriazione degli spazi pubblici assume un carattere doppiamente rivelatore nel momento in cui svela che quegli spazi sono abitabili – e anzi sono già abitati – e che gli inquilini che orbitano in quello spazio pubblico da cui la frenesia della metropoli sembra volerci esiliare, vengono da un paese piú grande del nostro, cui però anche noi apparteniamo.
La rapidità con cui le nostre prassi del vivere quotidiano si sono riorganizzate e continuamente, silenziosamente, lo fanno, ci spinge verso un modo di stare nella città, nelle città, cui stentiamo a dare nomi. La solidità di una pratica culturale e sociale condivisa offre, oltre all’affermazione di un’appartenenza, un raggio di luce sulla vertigine di tale frenesia.

Che esista una piazza in cui la sera gli abitanti del quartiere si riversano per evitare che divenga spento monumento in vetrina per il turismo, che vi si possa ascoltare un concerto improvvisato dagli stessi cittadini, che per raggiungerla ci si serva dell’avanguardistica (ormai già “vecchia” per città come Copenaghen) metropolitana senza conducente, con un servizio totalmente automatizzato e puntuale, che (quasi) tutti i luoghi siano accessibili ai disabili, che i non vedenti possano vivere la città, percorrerla orientandovisi, che gli autobus notturni dispongano di un servizio di sorveglianza in collegamento con i commissariati di polizia, che questa intelligenza sia insomma la cifra dello sviluppo di una metropoli come Parigi, può e deve essere fonte di ispirazione per tutta l’Europa, che nell’orizzonte del progresso delle proprie città è già, del resto, sempre implicata.

Tommaso Matano, 22 anni, studia e ha studiato filosofia a Roma, e per un po' a Parigi. Per ora non ha realizzato nulla di importante, ma se dovesse farlo questa nota biografica sarà la prima a saperlo.

venerdì 19 ottobre 2012

Social innovation e resilienza del welfare


di Andrea Galante

Questo testo è stato scritto per Il Bureau.

© Gabriel Orozco, Astroturf Constellation, 2012
La crisi del welfare, spesso raccontata solo in chiave economica, risiede nella difficoltà di dare una risposta utile e concreta a sfide vecchie e nuove: povertà ed esclusione, educazione e formazione di giovani e lavoratori, cambiamento climatico e risparmio energetico. Da una parte una sua concezione inefficace, burocratica e spersonalizzante, dall’altra trasformazioni sociali profonde rendono necessario un ripensamento delle forme del welfare. A questo proposito ultimamente ha preso forza la nozione di social innovation. Sino a qualche anno fa non esisteva neanche una pagina wikipedia a riguardo. Ora è  invece diventata una delle parole chiave dell’agenda europea Horizon 2020 e anche del nostro governo tecnico che ha lanciato una Social Innovation Agenda per l’Italia.

La domanda viene spontanea. Cosa è esattamente la social innovation?  La giustapposizione di due parole d’ordine (e spesso abusate) come social e innovation ha un potere evocativo alto, ma non altrettanta precisione concettuale. Proviamo a fare un po’ di ordine.
Il libro bianco sull’innovazione sociale degli studiosi Murray, Grice a Mulgan definisce l’innovazione sociale come un processo che si caratterizza sia per i suoi risultati che per le relazioni cooperative che crea. L’Unione europea, attraverso il rapporto del BEPA, sottolinea un punto fondamentale: molti problemi attuali necessitano un ripensamento degli stili di vita oltre che di novità tecnologiche e organizzative. In questo senso, la social innovation costituisce un’innovazione sociale sia nei mezzi che nei fini. Nuovi prodotti e nuovi servizi che rispondono a problematiche diffuse e che, contemporaneamente, iniettano valore nella società e aumentano la capacità stessa dei gruppi di rispondere a situazioni di crisi.
Anche se non sempre presente, la componente tecnologica è un ingrediente decisivo: la società in rete ha prodotto nuove forme organizzative e associative, ha dato supporto a una necessità di cooperazione e di condivisione tra gli individui e ha creato un terreno che sfugge alle classiche divisioni tra pubblico e privato. Cosí, l’innovazione spesso risiede nella capacità degli individui di legarsi in reti e gestire problemi complessi e, assieme di dar spazio a forme di intelligenza collettiva.

Ma di cosa si sta parlando in concreto? Le forme della social innovation possono essere varie: imprenditoria sociale, associazionismo, profit e no-profit, settore pubblico e privato. Per esempio, Amsterdam UrbanMap è uno spazio web che informa sulle emissioni CO2 della città e fornisce ai sui abitanti consigli riguardo i metodi migliori di riduzione. The participatory budgeting è una piattaforma attraverso la quale i cittadini di Colonia sono invitati a partecipare circa le decisioni di allocazione di risorse pubbliche. E ancora, i Complaints Choirs danno la possibilità a tante persone in tutto il mondo di riunirsi e – letteralmente – cantare i problemi della loro vita quotidiana.
Le forme attraverso le quali si può innovare il sociale sono varie e curiose, anche se non è detto che siano tutte efficaci. Ciò che ci preme sottolineare è che è il legame sociale, la relazione tra soggetti diversi a occupare la centralità della scena. Come afferma Alex Giordano, sociologo attento a questi fenomeni, “l’etica del networking sta uscendo dalla rete e incominciando a colonizzare nuove forme di organizzazione del lavoro. Ciò è interessante perché risponde a regole non piú aritmetiche: non siamo piú in una dimensione dove uno piú uno fa due, ma in una dimensione dove uno piú uno può fare tre, prendendo pezzi disagiati di società e mettendoli insieme si possono creare delle opportunità”.
Ecco allora la resilienza del nuovo welfare. L’approccio della social innovation parte dalla crisi dei servizi sociali e del rapporto tra istituzioni e bisogni della società, usa l’intelligenza collettiva e crea opportunità, aumenta la partecipazione dei cittadini. Non risolverà tutti i problemi e da solo non basterà, quello è certo. Ma è il suo carattere che ci piace.

lunedì 24 settembre 2012

L’Europa delle città


Johan Putsch, Carta antropomorfa dell’Europa regina, 1537

Questo testo apre un’inchiesta collettiva su L’Europa delle città, che verrà prodotta in collaborazione con il blog Il Bureau: racconteremo, attraverso esperienze professionali e di vita, esempi di intelligenza urbana che attivano il sapere creativo delle città, e possono offrire modelli di riconnessione del tessuto culturale europeo.

Che nelle università europee non si studino piú le economie di Asia, Africa e America Latina alla rubrica Expansion of Europe, come accadeva ad Amartya Sen giovane studente di Cambridge, probabilmente non è un sintomo di decadenza. Piú stringente la sentenza di Sartre, citata da Sen: “Cos’è successo? Semplicemente che eravamo i soggetti della storia e adesso ne siamo gli oggetti.” 

Scivolata lentamente, nel corso del Novecento, dal centro del mondo verso una paradossale posizione periferica, l’Europa ha sfumato i propri connotati politici e culturali, e si è consegnata all’orizzonte piatto di una crisi finanziaria acefala, ingovernabile, che sembra essersi autogenerata senza produrre responsabilità. Il progetto unitario europeo nasce da un’esigenza politica e umanitaria, ma deraglia presto verso una traiettoria burocratica. La politica monetaria ha generato tensioni disgregatrici. Il ricatto emergenziale risveglia le miopi, violente tentazioni regionalistiche, alimentate da un risentimento identitario sempre sul punto di degenerare nell’odio. La discussione pubblica e la progettazione politica necessarie a recuperare il significato della solidarietà europea devono passare attraverso la riconnessione dei tessuti culturali e l’elaborazione di una visione comune. Secondo una prospettiva capace di ripensare l’umanesimo, ovvero il nucleo dell’idea di Europa, e di “coniugare ciò che la crisi attuale ci ha fatto credere separato: il rigore dei bilanci e gli investimenti nelle conoscenze, nella cultura, nella formazione, nella rigenerazione dei legami sociali; la direzione e la partecipazione; le culture umanistiche e le culture scientifiche; lo sviluppo economico e lo sviluppo umano integrale.”

L’Europa, concetto politico sempre in formazione, è esistita compiutamente dapprima nella sfera delle relazioni intellettuali. È stata la cultura, molto in anticipo sulla moneta, a fare l’Europa. Il riverbero lungo del Rinascimento produce quello che Montale chiama il “mito dell’uomo europeo”, attraverso il quale la cultura nel Novecento cerca di resistere all’incrudelire dei nazionalismi. A una Storia d’Europa Croce consegna la “religione della libertà” minacciata dai fascismi: e i giovani intellettuali degli anni Venti oppongono le aperture verso la cultura europea alle asfittiche chiusure autarchiche. Piero Gobetti, perseguitato dal regime mussoliniano, lascia l’Italia per Parigi con l’intenzione di diventare “editore europeo”. Mentre la guerra civile europea degenerata in conflitto mondiale lacera il continente, la filologia, da Auerbach a Curtius a Contini, riscopre il patrimonio romanzo che ha strutturato attraverso i secoli l’immaginario condiviso degli uomini europei. Compilando un catalogo della memoria da strappare all’oblio che incombe sull’Europa.

Il mito dell’uomo europeo fa dell’Europa un’unica grande città, descritta dagli intellettuali poliglotti che la attraversano. Per George Steiner l’idea di Europa si inscrive nello spazio che va da Atene a Gerusalemme, da Socrate a Isaia. L’Europa è la mappa dei suoi caffè, la somma delle sue piazze, dei luoghi in cui possono sostare e prendere appunti il poeta, il filosofo, il vagabondo. L’Europa è il labirinto delle strade che dà forma alla poesia di Baudelaire e alle idee di Benjamin. Attraverso l’Europa si aggira lo spettro evocato da Marx sulla soglia del Capitale: perché il continente è innanzitutto percorribile, e la sua storia è il riflesso della sua geografia. “L’Europa è stata, e viene ancora, camminata”: c’è sempre una distanza commensurabile tra qui e il prossimo campanile. Esiste una relazione originaria tra la misura dell’uomo elaborata dalla cultura europea e il paesaggio. Spazio e tempo dell’Europa sono antropomorfi. La poesia e la filosofia hanno natura pedestre, si accompagnano al ritmo del camminatore. Che è sempre seguito dall’ombra del mendicante, dello spirito errante. Attraverso la toponomastica l’Europa si autodefinisce come luogo della memoria, come rete di punti culturalmente saturi, che comprende anche i buchi neri delle stragi, dei genocidi, della violenza disumana. “Un europeo colto si trova intrappolato nella ragnatela di un in memoria luminoso e insieme soffocante.” Ma non può fare a meno di riattraversare lo spessore storico degli spazi che hanno prodotto il suo pensiero. “L’Europa dimentica se stessa quando dimentica di essere nata dall’idea di ragione e dallo spirito della filosofia.” Già una volta, scrive Steiner, l’Europa si è suicidata uccidendo gli ebrei, ovvero l’altro che la definiva. Lo spirito europeo, deportato e strappato dal cuore delle città, si è estinto, lasciando la cenere di un’espressione geografica e di un’entità economica tenuta insieme dalla burocrazia. Nel deserto di quella cenere la cultura si è incaricata di ricostruire il racconto di una civiltà, di rammendare i testi fatti a pezzi, di riattivare la memoria straziata. Di ritrovare sotto le macerie la traccia di senso che disegna la forma delle città.

Oggi dalla capacità di raccontare, riattivandola, l’intelligenza delle città, “icone fragili” della civiltà europea, muove la ricostruzione culturale ed economica del continente. All’Expo di Shanghai del 2010 un padiglione rappresentava la vita urbana come sorretta da due colonne di volumi: i libri sull’utopia. “Da Campanella a Platone, da Confucio alla Bibbia ciò che impedisce ad Atene di diventare Sodoma, insegnava la Cina, è qualcosa di impalpabile e solidissimo.” Una produzione immateriale di significati “che rende la città il moltiplicatore di sviluppo, di conoscenza, di interessi, di conflitti. Non a caso la modernità della guerra colpisce le città: per distruggere questo tessuto piú e come le infrastrutture. E non per niente la modernità ha bisogno di spazi urbani per moltiplicare bisogni e opportunità, nel mondo cosí come in Europa.”